Madonna col Tesoro e Madonna in Trono (con descrizione)

Madonna col tesoro

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La foto risale probabilmente agli anni ’30-’40 e ritrae la Madonna del Suffragio con il Bambino benedicente sul braccio sinistro. La Vergine protende la mano destra con il palmo aperto, quasi ad accogliere quanti vorranno porsi sotto la sua protezione, mentre nella mano sinistra sorregge il globo crucigero, una sfera sormontata dalla croce che rappresenta il dominio di Cristo sulla Terra. Sia la Vergine che il Bambino sono incoronati e anche sulle corone si ripete il simbolo del globo crucigero, come a rafforzarne il significato. La corona del Bambino poggia direttamente sulla  testa, mentre quella della Madonna è sorretta da due putti sospesi in aria che recentemente sono stati rubati.

La foto ritrae la Madonna adornata con i ricchi gioielli che costituivano il famoso “tesoro“, purtroppo oggi scomparso, formato da ex-voto che per secoli le erano stati donati non solo da fedeli colonnellesi, ma anche da persone non del luogo, dal momento che la venerazione della Madonna del Suffragio non era limitata alla sola Diocesi di Montalto-Ripatransone. Si racconta che numerose fossero le collane di corallo offerte per grazia ricevuta. Sin dall’antichità al corallo veniva attribuito il potere di proteggere chi lo indossasse dal malocchio e dalla sfortuna, come attestato da molti dipinti, il più famoso dei quali, conosciuto col nome di “Madonna di Senigallia” e dipinto da Piero della Francesca (1470 circa), è esposto nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino. In questa tavola la Vergine viene raffigurata con il Bambino che ha il collo adornato da una collanina di corallo rosso da cui pende un rametto di corallo. E’ tuttora usanza donare ad un neonato un piccolo prezioso oggetto in cui sia presente il corallo, anche a forma di corno scaramantico. Non è un caso che il corallo sia definito in Sicilia “fiore di sangue” come attestato da Germano Vitelli in una sua pubblicazione  (clicca per ulteriori approfondimenti) e in tal senso va inteso quale simbolo della maternità della Vergine e del sangue versato dal Figlio. Espressione della forza generativa e della fecondità femminile, macinato e ingerito con l’acqua si riteneva potesse garantire gravidanze sicure. In tutta l’area laziale, umbro-marchigiana e abruzzese (parte dell’antico Piceno) veniva offerta dalla suocera alla futura nuora una collana di corallo, generalmente a grani tondi o a “barilotto”, raramente a grani sfaccettati, il cui centrale era di notevoli dimensioni. In caso di vedovanza poteva accadere che il gioiello non venisse più indossato, in segno di lutto. Il corallo diffuso nelle nostre zone era quello dal colore aranciato dovuto probabilmente all’attività vulcanica sottomarina e proveniva da Trapani o da Sciacca e veniva venduto, come attestato da antichi documenti risalenti al’500, in varie fiere, la più famosa delle quali era quella di Senigallia. In altre zone dell’Abruzzo, soprattutto nell’Aquilano, erano invece usati come doni nuziali gioielli realizzati in filigrana d’oro e d’argento (la “presentosa”), sicuramente più costosi del corallo diffuso nel Piceno.

Accanto alle collane di corallo si nota la presenza di alcuni pendenti e diverse croci, tra le quali una d’oro, e pietre di fattura molto raffinata, di provenienza non certo popolare che farebbe presupporre una donazione da parte di qualche antica famiglia del luogo, forse la stessa dalla quale proveniva il dono di alcuni preziosi paramenti sacri che fino ad anni recenti venivano ancora indossati durante cerimonie importanti. Altrettanto elegante è il bracciale con pietre e medaglione centrale posto sotto il collo della Vergine come nella famosa collana del Tesoro di San Gennaro. Altre collane d’oro sono di produzione più moderna ed evidenziano una lavorazione quasi di serie: alcune sono realizzate con catena “a torchon”, altre “a maglia serrata”. Curiosa è una lunga catena ottenuta dall’unione di tante piccole stelle. Questi gioielli, per le caratteristiche evidenziate, potrebbero forse provenire dai tanti emigrati che avevano trovato fortuna altrove, anche all’estero.

Tra tutti gli ex voto  esposti quelli che maggiormente colpiscono sono le semplicissime catenine e soprattutto le numerose fedi nuziali il cui valore simbolico era indubbiamente superiore a quello venale.

Madonna in Trono

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La foto della Madonna del Suffragio in trono è di non pochi anni più antica di quella che ritrae la Madonna con il tesoro, non soltanto per alcune caratteristiche tecniche dell’immagine stessa, che appare visibilmente ritoccata a differenza dell’altra, ma per un elemento fondamentale: la corona non è la stessa, quella che ancora oggi possiamo ammirare.

La corona della Vergine in trono, probabilmente venne rubata e sostituita da quella attuale, di gusto “baroccheggiante”e ,a giudizio di chi scrive, più “scenografica” e meno elegante della precedente. Anche la corona più antica è sorretta dagli stessi putti; è finemente cesellata, ha una forma più affusolata di quella più recente e termina con un globo crucigero, una sfera sormontata da una croce, simbolo del dominio di Cristo sulla Terra. Intorno alla base corre un decoro in pietre, forse preziose, sicuramente policrome. Altro non è possibile evidenziare per la difficile “lettura” dovuta alla vetustà della foto, che pure è in ottimo stato di conservazione.

L’autore della fotografia merita qualche considerazione: è sicuramente un valido professionista perché i suoi ritocchi sono stati necessari in un’epoca in cui la fotografia era forse agli inizi. Sarebbe piuttosto interessante conoscere il motivo per il quale il Pievano dell’epoca si era rivolto ad un fotografo di Ancona, anziché ad un professionista di una città più vicina, ad esempio Ascoli Piceno o Teramo; sicuramente voleva essere sicuro dell’esito artisticamente valido della foto. Qualche considerazione, infine, sul trono, imponente sia per le reali dimensioni che per la regalità che vuole esprimere. E’ in legno dorato con alcune decorazioni azzurre o rosse. Chi scrive non è al momento in grado di stabilire esattamente la sua epoca, ma ritiene possa trattarsi di opera che risale probabilmente alla seconda metà dell’ottocento. Due Angeli molto alti in primo piano, con grandi ali, si elevano su un tronco di colonna da ognuna delle quali si diparte un candelabro a quattro bracci e sorreggono, a mo’ di cariatidi, la parte superiore del trono che ha l’aspetto di una corona regale, al centro della quale, tra foglie d’acanto, su un medaglione azzurro-cielo, campeggia in oro la lettera M, iniziale di MARIA, quasi fosse uno stemma araldico. Dei due Angeli quello sulla sinistra sorregge con la mano destra uno scettro, simbolo di regalità, l’altro quello alla destra del trono ha nella mano sinistra quello che sembra (la foto non è chiara) un giglio, simbolo di purezza che esce da una cornucopia, segno di abbondanza. L’aspetto classicheggiante degli angeli è accentuato dall’abbigliamento: un peplo dal ricco panneggio che non nasconde le forme sinuose, anzi, le accentua. Le braccia, dalla parte vicina alla Vergine sono alzate e non paiono denotare sforzo alcuno: è il loro corpo infatti che sorregge la parte superiore del trono sulla quale si ripete in rosso e in azzurro lo stesso decoro presente alla base della corona di Maria. Le mani sembrano invece impegnate a tenere sollevata una cortina rossa drappeggiata ad arte, quasi fosse un sipario appena sollevato perché possa essere ammirata la Vergine in tutto il suo splendore.

Quest’opera pare esasperare la tendenza iniziata durante il Barocco in cui gli angeli venivano svuotati della loro simbologia spirituale per diventare, come nel caso in esame, degli elementi decorativi, addirittura in questo caso delle cariatidi.

Un’ultima curiosità: nella foto non si vedono nè le due semplici colonne posteriori senza le quali la parte superiore del trono non si reggerebbe, nè la raggiera dorata alle spalle della Vergine che in realtà c’è e che, a parere del fotografo, avrebbe privato il simulacro della Madonna della visibilità che egli,invece, intendeva esaltare.

Testi e foto di Errica de Fulgentiis

© Riproduzione riservata

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